Ci si stupisce sempre della capacità percettiva degli occhi, delle orecchie e della bocca, eppure l’organo sensoriale più generoso che possediamo è la pelle.

Ci offre, quando ancora siamo immersi nella cavità uterina, le soavi carezze del liquido amniotico, mentre gli altri sensi appartengono ancora al nulla, se si esclude l’udito che capta i suoni del mondo esterno.

Dopo la nascita, quando freddo, rumore, luce accecante, durezza degli oggetti che aggrediscono i nostri sensi, la nostra unica fortuna ci viene dalla pelle, non appena la mamma ci stringe tra le braccia.

 

Ecco perché il contatto pelle a pelle è per noi di importanza vitale: gli abbracci e le carezze ci convincono che siamo amati e accettati; quando invece non possiamo toccare ed essere toccati ci sentiamo dolorosamente soli e ansiosi.

 

Il mio bisogno di essere toccata fisicamente in modo amorevole con presenza e sensibilità mi ha portato ad indagare e riscoprire il più tenero e insieme erotico gesto di contatto corporeo, la carezza, in tutte le sue espressioni e possibilità.
Una carezza sembra una cosa semplice, un gesto quasi ordinario, quasi automatico ma può avere una miriade di sfaccettature e di possibilità.

 

Una carezza può essere così tenue da non venire nemmeno percepita, se è troppo incerta, troppo timida, evidentemente la persona che la somministra teme qualcosa: di impegnarsi oltre misura o forse di disturbare o forse di essere maldestra.

 

Se però è troppo energica, vemente, la carezza può diventare aggressiva, può trasformarsi in un gesto sgraziato, che irrita, che irrigidisce la pelle, quasi uno schiaffo.

È questione dunque di distanze ben valutate, di una pelle rispetto ad un’altra, di un sentimento rispetto al sentimento altrui. All’altrui modo di percepire il mondo.

Parlarsi col contatto del corpo non è sempre facile, richiede apprendimento, intuizione, pazienza. Richiede insistenza e novità, esperienza e ingenuità.

 

Poi ci sono i ritmi, le durate. Ogni carezza non è fatta solo di contatto, è fatta anche di tempo, di tempestività.

 

È fatta del momento giusto, della durata opportuna. Non meno di quel tanto, ma quel tanto che basta. Che basta a far capire all’altro più cose si quelle che potrebbero far capire le parole.
La carezza riassume i ragionamenti e le spiegazioni. La carezza taglia corto ai dilemmi e alle esitazioni.

 

La carezza è la concretizzazione dell’affetto, la certezza dell’amore, una presenza indispensabile, che nessuno può ignorare.

 

Simbolo e stimolo. Risveglio e scoperta. Ogni carezza non può non distinguersi da quella precedente perché ognuna è fatalmente diversa.

La carezza resta il gesto più umano e più raffinato che ci sia, un gesto che non può essere né distratto né falso.

Ogni carezza ha un marchio, ogni carezza ha un peso. Forse ogni carezza ha un nome.

C’è dunque il tocco, lo sfioramento; c’è il calore, lo sfregamento, lo stimolo; c’è il senso, c’è il sesso.

La carezza si indirizza ai sensi, alle voglie: voglie di avvicinamento, di fusione, voglia di compenetrazione, di possesso.

 

Dietro ad ogni carezza ci sono delle immagini, delle fantasie, delle convinzioni, delle speranze. Ci sono dei sogni.

 

Ogni carezza è inconfondibile nella sua varietà: carezze lievi e carezze intense, carezze che lasciano intravedere un seguito, ma anche carezze fini a se stesse, carezze dei genitali e carezze di tutto il corpo, carezze che eccitano e carezze che placano: l’arte di amare si gioca il tutto e per tutto con le carezze.

Seppure diventa abitudine, seppure ripetitiva, la carezza conserva il fascino delle cose che non si degradano con il tempo che passa. Perché può divenire anche invenzione, originalità, creazione.

Sento di poter asserire, senza avere paura di sbagliarmi, che nell’atto d’amore la qualità dell’orgasmo dipende dalla qualità delle carezze che l’hanno preceduto; ma che dire delle carezze che seguono l’orgasmo? Le più difficili certo, tutto può sembrare finito, compiuto. Ci si può slegare, allontanare. Non c’è più bisogno di seduzione, di eccitazione, sembra di non avere più bisogno di niente, invece forse stanno qui le carezze che contano di più.

 

Sono carezze di riconoscenza, di completamento; carezze davvero gratuite, senza secondi fini. Sono queste le carezze che legano, che promettono un domani.

 

Non dimentichiamo che può essere altrettanto difficile accettare di ricevere delle carezze piuttosto che somministrarle. Colui o colei che riceve le carezze deve sentirsi alla pari con chi le fa.
La carezza è un puro dono generoso e non deve fornire un sentimento di mendicità, di bisogno a chi la riceve.

 

La carezza è benefica sia per la per chi la riceve sia per la per chi la fa.

 

Quindi una carezza, per essere valida, deve permettere a chi è destinata, di gustarla in tutte le sue sfumature.

Infine, solamente un appello per noi tutti: se fino ad ora abbiamo trascurato le carezze, non perdiamo più tempo: incominciamo o ricominciamo ad accarezzare come si deve. Liberiamoci dai condizionamenti e dai codici di efficienza e rispettabilità dei nostri ruoli sociali e sperimentiamo l’arte della carezza!

Roberta

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